Arquitectura Sustentable
Edificios y espacios urbanos sustentables
 
 

Entrevista a Silvio Benedetto

 

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SILVIO BENEDETTO REFLEXIONA SOBRE LA SUSTENTABILIDAD DEL ARTE CONTEMPORANEO

(Silvio Benedetto nació en Buenos Aires y allí completó su primera etapa de formación artística. Desde hace cincuenta años reside en Italia en donde realizó una prolífica obra como dibujante, pintor, escultor, muralista, fotógrafo, actor y director de teatro. Sus obras mas importantes están “en la calle”. Pueden ser murales en donde aparecen pintados los vecinos de un pueblo, o un mural de 200m de longitud en el interior de un túnel que muestra al mar en las penumbras o una plaza cuyo piso refleja los símbolos de un lugar, etc.etc. En su casa de Roma (en la que solo vive poco tiempo en el año) lo entrevistó Silvia Lotti, - a pedido de Arqsustentable – A pesar de entender perfectamente el castellano, Silvio Benedetto prefiere responder en idioma italiano)


Silvia Lotti.: En Italia es más común  decir sostenibilidad que sustentabilidad. En los Seminarios en los que Ud. participó en Cinque Terre y en La Alcántara se habló de sostenibilidad productiva, social, urbana y arquitectónica, cultural, etc. ¿cree posible extender este concepto al arte y pensar en el arte contemporáneo como arte potencialmente sostenible?

Silvio Benedetto (comenzando a indignarse): No, no. il arte actualli é…Insostenibile!!.... Insopportabile...!!. Insostenibile il silenzio. L’indignazione trattenuta scalpita. Allora si da briglia sciolta e la protesta galoppa... Insopportabile il mercato dell’arte che arte non è!! .... È business da corruzione alimentato e di mode alimentatore con critici gregari, pseudostorici dell’arte, sacerdoti assoldati ingannatori dei parvenue o codardi che temono di essere tacciati come i loro predecessori di non “aver visto in tempo”....

S.Lotti: ¿que cosa...?

S.Benedetto:  L’“incomprensibile”.... li comanda (magari fossimo davvero davanti a qualcosa di veramente incomprensibile!). L’ “incomprensibile” li comanda, l’incomprensibile-banalità li entusiasma per potersi esibire con un vestito di modernità ed elevarsi per un momento per poter guardare dall’alto un pubblico ingenuo, mentre appoggiano le labbra ingannatrici ad una coppa riempita con quel cocktail standard dei vernisage. ...Scendono per firmare libri da loro scritti con spiegazioni chilometriche, diarree interminabili che teorizzano vacue elucubrazioni. Teorizzano e disgraziatamente si impongono circolando a turno per le strade tracciate dalla mafia internazionale del mercato. ....Insostenibile!!, insopportabile!... ma inevitabile. Come le grandi multinazionali:

S.Lotti: ¿Pensar en un arte sostenible sería una utopía en la actualidad?

S. Benedetto: Pensare ad una pittura sostenibile non è utopia (l’utopia è degna), è invece un’idiozia (neanche dire idiozia mi piace perchè a volte questa è santa). Meglio dire irrealizzabile fino a quel giorno in cui una possibile sostenibilità non faccia guadagnare molto denaro a qualcuno, ossia mai. Noi continueremo a parlare ugualmente perchè il guardarci dentro o il guardarci allo specchio continui ad essere sostenibile.

S.Lotti: ¿Una sostenibilidad solo interior sin expresarse artísticamente..?

S.Benedetto: Mi hanno chiesto qualche settimana fa un esempio di arte sostenibile con il quale io mi sia confrontato. Anzi, che io abbia realizzato. Ora, solamente ora, risponderò, di ritorno dalla Biennale di Berlino, evento clone e fotocopia di tante altre biennali dove regnano le installazioni dell’inganno, dove il moto dei curatori è sorprendere, e quello del pubblico fingere interesse o riderne ritornando dopo un “bagno di cultura” in famiglia a cenare con un piatto di minestrone fatto in casa.


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S.Lotti: ¿y entonces…?

S.Benedetto (muy calmo) Mi siedo nella cucina della mia casa di Roma e rispondo :..ho dipinto murales nelle Cinque Terre sulla storia della sua gente raffigurando l’invisibile che i loro raccontis mi hanno fatto vedere tramutando in forma e colore la memoria. Ho dipinto anche i loro volti, i loro corpi. Ho dipinto tra la gente e per la gente sui muri dei borghi. Per loro, per me, per la gente che passa distratta o no, per chi va a vederli de proposito con la luce e il clima che cambia, con i diversi punti di percezione visiva, con la loro integrazione al contesto. Per la decodificazione dell’occhio attento o per il guano del gabbiano che vola più alto di me, molto più alto, e che qualche volta mi guarda sopra quel mar mediterraneo e mi getta un gracchiare come a ridere di ciò che già sa che sto per parlare in questa cucina romana. Il gabbiano emigra per nidificare in altre terre. Anch’io me ne andai o “me ne andarono” da Buenos Aires e ora, dopo cinquant’anni di assenza, mi ritrovo cantando con Gardel  “Volver”. Il gabbiano è passato, il murales sta lì tra le case, non si vende ....e.

S.Lotti: Un retorno con muchos significados...supongo..

S.Benedetto (con una cierta tristeza en la mirada) : Chiudo gli occhi e vedo: un totem intagliato e policromo, attorno ad esso gente de varie età che canta, percuote il suolo e dà il ritmo con le palme. Canta anche. Non c’è pubblico. Il totem e la gente sono una unità. Nessuno è fermo, tutti partecipano, nessuno guarda. Guarda, a volte, un dio. Altri dei, diversi e differenziati, ci impediscono di parlare di tutto questo ai ragazzini fin dalla scuola elementare e se gli occhi vigili (occhi di dei diversi, differenziati o indifferenti) si distraggono e ci introduciamo allora “da portoghesi” per insegnare, come dire ai ragazzini che se ci ascoltano e ci seguono dovranno “stringere la cinghia”?

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